IL SILENZIO ASSORDANTE DEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Sempre io, sempre noi, eravamo in terza media, sempre a Merano. 
Venerdì 6 maggio 2005, giorno della partenza per una delle tante gite che in quegli anni abbiamo fatto. La gita era un momento allegro, di festa, si rideva, si giocava, ma questa volta è stato diverso, almeno il ritorno a casa.
Quindici anni dopo vi riporto le parole della mia prof.ssa di italiano e storia G. Abbate su quel giorno.


Dachau

Dachau 2005

In una grigia e fredda giornata di maggio,
che fa scordare la primavera,
ci accoglie, venerdì 6, Dachau, con il suo Lager-Museo,
terra che grida ancora al cielo
la concentrazione di una sofferenza indicibile, inimmaginabile,
a stento raccontabile, non rimarginabile.

Dal 1933 è stato il primo Lager ad entrare in funzione, 
all'inizio per "rieducare" gli oppositori politici al nazismo,
quindi ampliato e divenuto modello per altri Lager,
nell'Europa centro-orientale: una ragnatela fittissima
per annientare, calpestare, sfruttare, dissanguare, eliminare
migliaia e migliaia di persone, divenute, ancor prima di arrivare, numeri.

Ho visto, abbiamo visto i loro volti, le foto raccolte nel museo,
il loro sguardo fisso nella morte,
uomini e donne tempio dello Spirito del Signore
ridotti a cataste di cadaveri ammucchiati:
l'orrore, la disperazione che trasuda da immagini.
"Se questo è un uomo".
L'impronta dei crocifissi della nostra storia,
ancora così vicina, con testimoni viventi.

Per me calpestare quella terra è, come per i pellegrini di un tempo,
andare al Golgota.

Percorrendo la Val d'Isarco e la bellissima vallata che,
superata Innsbruck e Kufstein,
ci immette via via nell'ondulata pianura che porta a Monaco,
cerco di immaginare lo sguardo, lo stato d'animo di chi,
proveniente dall'Italia,
da qualche pertugio di carri bestiame poteva incontrare per qualche attimo
quei boschi, quei prati, quegli orizzonti.
Nessuna immagine di serenità,
anche la natura smorzata della sua bellezza:
dove siamo? dove andremo? come finiremo?
Nessuna consolazione.

I ragazzi intanto scherzano, chiacchierano e ridono,
pieni di vita, com'è normale alla loro età:
una distanza molto più che generazionale
da chi, poco più vecchio di loro,
si misurava allora con problemi troppo più grandi.
Il grido proveniente da Dachau potrà entrare nel loro profondo,
porre interrogativi duraturi e desideri infiniti di umanità?

Entrati nel Lager dall'antico cancello d'ingresso
con la perversa scritta "Arbeit macht frei" (Il lavoro rende liberi),
un po' smarriti in questo primo impatto
ci raccogliamo in un grande cerchio,
alunni ed insegnanti stringendoci la mano in silenzio,
nel grande piazzale dell'appello che raccoglieva mattina e sera
i deportati in estenuanti attese, con ogni condizione atmosferica.
Riesco solo a comunicare un desiderio, una preghiera:
dedichiamo questo momento di silenzio a quanti qui hanno così tanto sofferto,
e ci impegniamo con tutta la nostra vita, almeno per quello che può dipendere da noi,
a costruire relazioni umane in cui non accada mai più quello che qui è successo.
Questa terra è troppo impregnata di dolore.
Una scritta "Nie wieder"(mai più) accanto alle innumerevoli corone di fiori ancora freschi,
con cui è stata ricordata la liberazione del Campo il 29 aprile 1945,
fa da eco al nostro sentire.

Osservo i volti seri e assortiti dei miei alunni ed alunne, volti di colore diverso:
la bella novità di questi ultimi anni anche a Merano,
il convivere di un mondo variegato.
Per me è come una promessa, guardando loro, a chi tanto ha patito:
ci prepariamo a vivere una convivialità delle differenze,
prenderemo quest'occasione della storia
come una perla preziosa.
"Nie wieder": perché mai più imperversi l'annientamento dell'altro, ma insieme coltiviamo il sentirci, il comportarci da famiglia umana, a scuola e ovunque.

Prof.ssa G. Abbate

Ricordo perfettamente quel giorno, ricordo l'aria pungente e quel silenzio assordante. 
Ricordo i formicolii, quella strana sensazione nell'appoggiare i piedi su quel terreno. 
Ricordo il silenzio che è piombato su di noi, anche da parte dei più casinisti. 
Ricordo il venticello che suonava una melodia stridula e per niente accogliente.
Ricordo i brividi nel vedere i forni crematori e le docce a gas.
Ricordo la sensazione di entrare in quegli spazi così pieni di dolore.
Ricordo perfettamente quel giorno e grazie alla mia prof.ssa che ci ha donato quelle splendide parole che ho conservato con tanta cura per tutto questo tempo.

La Babi.

Commenti

  1. Ci andai anch'io molti anni fa durante un soggiorno a Monaco. Sono esperienze che lasciano il segno soprattutto nelle persone sensibili. A me, per esempio, in quei luoghi sembra di percepire "il male", come se fosse qualcosa di palpabile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io ci sono stata due volte, sempre con la scuola, ed è vero si percepisce solo il male e la sofferenza.

      Elimina
  2. Non è facile rimanere indifferenti leggendo di te.
    Il viaggio, quella fugace descrizione di qui luoghi attraversati fino a ripetere tante volte la parola RICORDO...nel ritorno. Mi sono soffermato a lungo sulla foto quel niente, quel nulla...
    Chi sa sa Atreiu nel suo cavalcare contro il nulla poteva immaginare tanta animalesca violenza...
    Buona domenica Ba

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il bellissimo complimento.
      Chissà…
      Buon inizio settimana a te!

      Elimina
  3. Io non sono mai stata a visitare un campo di concentramento. Non credo che ci andrò mai perchè provo orrore solo a sentirne parlare. Penso a cosa debbano aver passato coloro che sono stati rinchiusi lì ma soprattutto penso a come sia stato possibile per l'uomo arrivare a quei livelli di crudeltà verso i suoi simili. Per me è una cosa inconcepibile. Ho letto il tuo racconto e soprattutto le parole toccanti della tua professoressa , ora quei tempi sono lontani ma dobbiamo sempre impegnarci a comunicare con parole di pace perchè questi orrori non si ripetano. Saluti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Già, mi sono chiesta anche io come sia stato possibile, ma in realtà è una cosa che si sta ripetendo anche oggi, dietro casa nostra, ma non viene detto!
      In realtà non sono poi così lontani, se ci pensi ci sono ancora testimoni in vita che possono raccontare ciò che hanno vissuto sulla loro pelle. Ho assistito ad un racconto da parte di un deportato che è riuscito a non morire nei campi di concentramento, ed è stato un momento molto forte!
      Buon inizio settimana!

      Elimina
  4. Immagino sia stata un'esperienza forte.
    Molto belle le parole della docente.
    Se ci penso, anche mi risulta difficile credere che abbiamo potuto fare (e permettere) ciò.

    Moz-

    RispondiElimina
  5. Visita che lascia il segno così come lasciano il segno i racconti di chi ha vissuto quella realtà assurda e devastante. Un post con la P maiuscola.

    RispondiElimina
  6. Non ho mai visitato un campo di concentramento, ho sempre pensato alla mia ipotetica reazione davanti alla testimonianza della storia. Le parole della professoressa mi hanno molto colpito, il silenzio…
    A presto

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Una cosa è certa, non si può rimanere indifferenti davanti a tutto questo!

      Elimina
  7. La memoria storica dell'olocausto va tramandata. Importante che i giovani compiano viaggi come questo che stimolano il ricordo, la riflessione e l'orrore nei confronti del totalitarismo e delle discriminazioni razziali. Certa politica vorrebbe che la memoria di questi crimini vada dispersa per imporre nuovi regimi e perciò è fondamentale stimolare lo studio, le letture e la meditazione, per evitare che la storia possa ripetersi. Un saluto a te e grazie x la visita al mio blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero, a volte vedere con i propri occhi ciò che vediamo sempre sui libri, vale molto di più di mille parole! Grazie a te per esser passato!

      Elimina
  8. Qualche anni fa visitai Fossoli, e dopo Auschwitz - Birkenau. Ho nel cuore e negli occhi il ricordo dei muri fatti di mattoncini rossi, delle migliaia di scarpe, dei capelli, delle valigie, dei vestiti di bimbi. Le fotografie incorniciate a monito per il futuro. Ma il ricordo peggiore è una sedia vuota accanto ad una gigantografia. Lì si siede, ogni anno, in occasione del Giorno della Memoria, una signora anziana. Non parla, ma punta il dito verso il viso di una bimba nella foto. È lei, in quel lontano 27 gennaio 1945.
    Non dimentichiamo, mai. A presto e grazie per averci lasciato la poesia e il ricordo della tua insegnante.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Con la scuola, sono stata anche io Fossoli e in seguito al museo a Carpi. Auschwitz vorrei visitarlo, mi ha fatto venire i brividi la storia della signora anziana!
      Grazie per esser passata!

      Elimina
  9. La scuola deve insegnare in primis il rispetto per l'altro, portarvi nel luogo simbolo della sua negazione totale, credo sia un gesto che va in questa direzione. Importante che ci siano scuole e insegnanti così in gamba da portare i loro studenti a fare un'esperienza del genere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La scuola deve insegnare il rispetto per l'altro, deve poter farci aprire gli occhi, deve darci le conoscenze per far sì che tutto questo non accada mai più! La scuola...ma anche la famiglia deve collaborare, non si può lasciare tutto in mano solo alla scuola, per quanto sia molto importante! E io sì, sono stata molto fortuna ad aver avuto professori così!

      Elimina
  10. Mai dimenticare e mai dimenticare la pericolosità dell'animale più brutale che vive sul nostro pianeta...l'uomo.
    Un giorno se vorrai ti invierò foto dei nuovi campi di concentramento quelli culturali e mentali in cui sono rinchiusi esseri umani, soprattutto donne, che hanno timore anche di regalare un dolce sorriso a chi non si conosce. Il commento lo lascerò a te, ti basterà leggere i loro occhi.
    Il murales di Merano è inquietante. Facendo due calcoli ho tre anni più di te. Pensavo fossi più piccola forse perchè il tuo modo di scrivere è pregno di sensibilità e innocenza.
    Sono sempre più innamorato di questa gente, ciò è un male perchè quando andrò via sarò lacerato dal dolore.
    PS: Abbate? Era Napoletana?
    Stammi bene.
    FT

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Te l'ho detto più volte, mi piacerebbe un sacco se mi raccontassi qualcosa di ciò che accade laggiù, ancora meglio con delle fotografie. È una realtà così lontana da qui, che faccio molta fatica ad immaginare.
      Come fai a conoscere il murales di Merano? Lo hai cercato in internet?
      Grazie mille per i complimenti sul mio modo di scrivere!
      Quanto tempo resterai ancora in missione? Non riesco ad immaginare cosa voglia dire esser lì, ancora meno tornare alla "normalità".
      No no la mia profe. è, (perché per fortuna è ancora viva!) del nord...non mi ricordo se è anche nata e cresciuta a Merano, oppure ho il vago ricordo che sia veneta! Boh!
      A presto!
      B.

      Elimina
  11. Buongiorno B mercoledì di Pasqua parli di sereno di sole e di silenzi dei tuoi monti poi mostri il bianco dei filari di pioppi che non vorrei mai vedere di Auschwitz il nostro cammino sorretto dall'energia del pensiero di chi ci circonda e chi ci vuole bene non chiediamo di più accettiamo l'amicizia la condivisione e la pace del nostro cuore sappiamocela dare la pace

    RispondiElimina

Posta un commento

Non esitare, fammi sapere cosa ne pensi!